Il CERN

In occasione del 60′ compleanno del CERN ecco una mia personalissima dedica a questo nostro grande orgoglio italiano e non solo (bella coincidenza che oggi sia la festa della Repubblica!).

Immagine

CMS, uno dei quattro esperimenti disposti lungo l’anello dell’acceleratore LHC.
I diritti dell’immagine sono del CERN.

Ti toglie il fiato, ti lascia senza parole. È proprio un mostro nel senso originario del termine: il monstrum in latino è ciò che stupisce e inebetisce. Non è tanto affascinante solo perché è complicato: è bello perché è un capolavoro. Vorresti toccarlo, per provare a entrare in contatto più profondo con lui. Vorresti abbracciarlo per misurare quanto sei piccolo in confronto a lui ma questa è una lotta impari. Rappresenta infatti alcune delle caratteristiche più alte dell’essere umano:

– puntare alto, osare in maniera così spinta che neanche una coppia di novelli sposi;

– pianificare, con sudore e notti in bianco, stress e frustrazioni, da soli e insieme, per poi riuscire;

– mettere a frutto, rispettare e integrare le diversità delle etnie, culture, religioni, tradizioni, idee, modi di essere, di vestire, votare e intendere se stessi;

– il lavoro di squadra, quello dell’unione che fa la forza, accompagnato da un sano spirito di competizione verace e onesta, non influenzato da altro che l’evidenza, una delle più alte forme di democrazia, quella che garantisce il merito delle tue idee.

Questo è il CERN, il Centro Europeo per la Ricerca Nucleare, una moderna cattedrale eretta da alcuni esseri umani per il bene di tutti. E qual è questo bene? Non sarà mica aver messo un’etichetta su un altro esotico animale del mondo microscopico che ci dicono esistere ma noi non vediamo, non abbiamo mai visto e forse non vedremo mai? La domanda può accettare più risposte. Quella da scienziato è che il bene in questione è una sublimazione dell’intelletto, la quale deriva dal solo potersi porre il problema di quanti mattoni invisibili a occhio nudo compongono l’impalcatura dell’universo, quanti ne restano da etichettare e con che criterio.

La risposta digeribile a tutti, e forse anche la più interessante, è che, sebbene partecipino a quest’avventura solo delle menti sceltissime, i benefici dell’impresa sono veramente per tutti, è solo che non lo sappiamo: sebbene il CERN ci appartenga in quanto Italiani, ci interessiamo poco a lui e, quando lo facciamo, magari riceviamo anche poco in cambio. Per essere concreti riguardo ai benefici la maniera più immediata è partire dal nome del “mostro”: LHC, acronimo che in italiano diventa “grande collisore di adroni”, un’espressione che il correttore automatico del dispositivo elettronico con il quale sto scrivendo vorrebbe farmi correggere. Strano perché lui, il dispositivo, non sarebbe neanche qui se non fosse per il “mostro”, quello che è, ciò che rappresenta e come si è arrivati fino a lui. Un collisore di adroni è praticamente una gigantesca pista per l’autoscontro di particelle che si trovano anche dentro di noi, negli atomi che ci compongono. Studiandoli, negli ultimi 60 anni o giù di lì, qualche scienziato pazzo ha concepito un’idea che gli vale lo stereotipo: curarci i tumori! Pazzo lui e pazzesca l’idea: che legame ci potrà mai essere tra uno dei pochi lavori utili e rispettabili, quello del dottore, e il lavoro di un inutile fisico, che o ha la testa fra le nuvole oppure è chino a scrivere su qualunque cosa gli capiti a tiro, compresi i fazzoletti per il naso? Non sono materie diverse, fisica e medicina? Del resto per fare l’uno o l’altro dei due lavori devi iscriverti a facoltà diverse e, dopo che ti sei specializzato, solo in un caso ti fai chiamare dottore quando rispondi al telefono. Queste sono categorie di comodo, la Natura, quella con la maiuscola, è una sola ed è costruita secondo schemi logici che tendono a ripetersi: molta parte della differenza è dovuta a una grandissima varietà di comportamento di “attori” che, in realtà, sono molto meno numerosi di quanto non ci si aspetti a uno sguardo superficiale. Atomi nel corpo, atomi nell’universo: studio gli uni, capisco anche gli altri. Se poi ci aggiungo i tipi di interazioni e le particelle che fungono da messaggere dell’informazione “comportamentale”, posso pensare di passare da uno studio sugli acceleratori all’uso degli acceleratori per irradiare al meglio la zona colpita dalla malattia del secolo. Questo legame è di una profondità abissale, dà le vertigini ed è giusto che sia così. È un po’ meno giusto che lo sappiano in pochi, non tanto perché va venduto il progetto LHC o il suo successore, quanto piuttosto perché va pubblicizzata questa faccia della ricerca di base: ci apre la mente, ci migliora la vita, ci dà futuro. A tutti.

Ecco perché resto inebriato ogni volta che ho la fortuna di scendere 100 metri sotto terra a contemplare il “mostro”; auguro di cuore a tutti voi di poter sperimentare questa sensazione prima o poi: ci si sente così piccoli eppure così grandi.
Tanti auguri allora al CERN per i suoi primi 60 anni!

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